Città Bianca di Ieri

Tanta gente
urla parole alle parole,
e partorisce rabbia dalla bocca
con maschere elettroniche.
Io voglio solo respiri leggeri
per disintossicarmi dagli occhi malati,
e scivolo nelle strade
indurite di periferia e d’erba.
Col silenzio
raggomitolato in bocca
cerco i sentieri più calpestati
dai gatti,
che fissano le foto dei morti.
E i gatti sono macchie di noia,
piccole e umide città
disfatte a volte sulla punta della lingua.
Ci sono vene benedette
in questa pozza di pietre rapprese
dove le scarpe urlano a più voci,
più delle voci.
Scarto foto di defunti
come i Baci Perugina,
e i miei occhi sono apriscatole.
Ogni pietra ha la sua frase,
quella uguale a tante altre:
qualcuna più originale
me la appunto.
Mi sfugge il silenzio di bocca,
corre nei condotti dell’acqua,
rosicchiando il verso del gatto,
il pianto dell’orfano,
anche il fischio di un rimpianto.
E allora, immune al silenzio,
arriva il gesto
a ricomporre il ricordo:
un fiore,
il secchio d’acqua,
una carezza di pietra
alla pietra.
Resto così cinque minuti,
con la mia barca di pioggia
impantanata in gola,
Poi varco il cancello.
Ho imparato a scintillare
con le dita appiccicate al tramonto
che cola impigliato al cipresso più vecchio,
mentre la sirena delle 19:00
corteggia e difende dai vivi
le fiabe belle di ieri.
Ritornerò domani
a evadermi dentro,
nella città bianca di ieri.

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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