Le Parole da Toccare

Molto spesso
finisco per frantumarmi
addosso a una parola
troppo impalpabile e invisibile.
Voglio apostrofi di vetro
da incatenare alle dita
come ciondoli:
mi serviranno per un “po”
o li toglierei da un “qual'”,
come un cameriere-grammatico,
che aggiunge o porta via.
E le singole lettere,
pur non significando niente,
avrebbero anche loro
vita.
Se dico: “A”, ecco una fetta
di torta di mele.
Se dico: “C”, ecco un orsetto di cioccolata.
Se dico: “Abbraccio”, anche al telefono,
si materializzerebbero da te
due braccia per stringerti
non troppo forte.
E se dico: “Luna”,
un piccolo satellite grande come
una pallina da tennis
inizierebbe ad orbitare
attorno alla tua testa.
Sarebbe un mondo
di parole da toccare,
dove ogni idea diverrebbe viva all’improvviso
e dove ognuno è Demiurgo di tutto.
Ora che mi sono incantato
a descrivere questo gioco,
sei sparita tutt’a un tratto
tra le pieghe dell’aria.
Non riesco più a ritrovarti,
dietro le centinaia di parole
che strisciano,
volteggiano,
si accumulano davanti
come nella bottega di un rigattiere.
Una parola ti ha fatto sparire.
Ti avevo detto solo: “Ciao!”

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