Iuàn nel tornado

Nascosto dal vapore del treno
tornava al tramonto dai campi
con i sensi inceneriti
dagli acuti dei canti agresti,
d’erbe e voci intrecciate
in danza verde.
Portavoce del giorno frantumato,
partoriva palloni aerostatici dalle orecchie
per trasportare in cielo i compaesani,
a tingerlo di blu quando scoloriva di pioggia,
e col reticolo di cordoni auricolari
destreggiava tra gli ormeggi sulle nuvole,
per non rischiare di intrecciare
storie impossibili.
Lo chiamò il diavolo,
con gli occhi strappati ai contadini
e labbra da imperatore:
lo videro volare nella tempesta
trasfigurato e corroso dal vento.
Con la dignità di un lupo morente
era un piccolo Cristo
nell’ascensore d’aria,
gli insetti e gli uccelli
lo videro distribuire da un sacco
baci pronti da stampare in faccia;
per chi restava giù,
un ultimo regalo.
Cadeva la neve dal vortice
e chi ricorda non sa più parlare.
Cadeva la neve
dal sacco di Iuàn,
rapito in cielo
da chi aveva la notte
che strisciava sul recinto del cuore.

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